Il politichese non è la mia lingua.

Capita di volersi metterei gioco per il prossimo. Anziché optare per un’associazione di volontariato  o dare una mano in un rifugio per animali abbandonati, scelgo di fare qualcosa per il mio paesello di 3000 anime, pensando che in una così piccola comunità esiste ancora quella politica, così come venne concepita da Aristotele. Entro nella squadra di un candidato sindaco donna nella quale ripongo tutta la mia fiducia, una lista dove primeggiano le quote rosa. Mi impegno con molta determinazione e già in campagna elettorale mi presento ai concittadini come paladina della cultura, la parlantina non mi manca e tanto meno mi spaventa parlare in pubblico.  La lista vince ed anch’io vengo premiata, entro nel consiglio comunale con delega alla comunicazione e a quella cultura in cui ho sempre creduto. Piano piano mi accorgo che anche in un piccolo paese la politica ha ben poco da spartire con il pensiero di Aristotele, bensì scimmiotta quella dei palazzi romani, dove il sindaco vuole primeggiare innanzitutto e la maggior parte dei consiglieri le tiene mano a prescindere, si considera la minoranza una banda di cretini al punto di non prendere in considerazione la benché minima proposta per il bene del paese. Il diktat per l’informazione, intesa come carta stampata e blog istituzionale, è quello di dare risalto all’operato del sindaco e dell’amministrazione comunale, una sorta di chi si loda s’imbroda, quindi alla fine arrivano gli interessi della comunità. La cultura ha il valore di un accessorio inutile, se è a costo zero ben venga, contrariamente non se ne fa nulla. Non è difficile capire che quello che conta maggiormente è avere il maggior numero di mani alzate nei consigli comunali, un tacito signorsì anche se non si è d’accordo con l’operato del sindaco. La mia sopportazione dura il tempo di quattro stagioni e a un anno esatto dalla mia elezione, rassegno le dimissioni. Brutto mondo quello della politica, non fa per me. Non ho secondi fini personali da coltivare, mi sono messa in gioco solo per il bene dei miei concittadini,  illudendomi che almeno nei piccoli paesi la comunità fosse la priorità assoluta, invece non è così.  Ci ho provato, non reputo questo episodio della mia vita una sconfitta, ma una lezione, imparando che nessun politico si mette in gioco per il bene della popolazione, ma per soddisfare quell’ego di supremazia condito con una buona dose di arroganza. 

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