1° Maggio la festa del lavoro che non c’è

Mi sveglio in una giornata uggiosa,  che preclude il tradizionale pic-nic soprattutto in questo laborioso nord Italia, che da anni vede molte aziende chiudere i battenti o trasferire i propri insediamenti produttivi nell’est Europa, alla faccia di quel governo che nulla sta facendo per arginare questa emorragia. Un 1° maggio amaro per molti italiani, per i precari, per chi sta contando i giorni che li separa dal licenziamento, per chi tira avanti lavoricchiando e affidandosi agli ammortizzatori sociali e sopratutto per quei giovani che se vogliono avere un futuro devono lasciare famiglia e patria, un deja vu che ci riporta alla fine degli anni ’40 quando i nostri connazionali partirono alla volta di Belgio, Germania e Svizzera alla ricerca di un lavoro sicuro, ma allora avevano alle spalle un conflitto bellico mondiale.

Giusto un anno fa il cantautore Paolo Simoni, classe 1985, si presentò al pubblico con una canzone molto significativa Io non mi privo che ben descrive la situazione che stanno vivendo la gran parte dei giovani italiani, parole sante e che fanno riflettere.     

E di colpo avere 30 anni
sentirne il morso sul culo e convincerti che sei uno dei tanti
di quella generazione cresciuta dalla televisione
figlia di un ventennio di ruberie sotto il sole                                                                                   ….E di colpo il politico di turno si atteggia sorride in tv con i suoi occhi da furbo tra applausi finti e frasi fatte ci vende il suo fumo ma non quel fumo che qualcuno vorrebbe.

Il rovescio della medaglia di oggi è l’attenzione mediatica dedicata ai risultati delle primarie del Partito Democratico come se fosse la panacea dei nostri italici mali. Per la serie ti piace vincere facile si è riconfermato quel Renzi che, purtroppo, oggi non ha rivali in fatto di parlantina. In un mondo in cui la comunicazione la fa da padrone e chi si sa vendere bene ottiene i risultati migliori, non poteva essere che lui il vecchio e rinnovato segretario di un partito che ormai si sta sgretolando e comunque si sfrega le mani grazie ai 2 Euro pro capite versati dai circa un milione e mezzo di votanti. L’esigua abilità comunicativa di Orlando ed Emiliano nulla poteva contro un candidato che ha fatto delle parole la sua arma vincente, quei fiumi di parole che se analizzate ben disegnano la sua personalità di venditore di fumo. Prendiamo un solo esempio su tutti, quello di Alitalia, che dal 1974 al 2014 è costata la bellezza di 7,4 miliardi di soldi pubblici, ovvero dei nostri soldi e che giusto due anni or sono alla presentazione del nuovo marchio ed annunciando l’assunzione di 310 a tempo indeterminato, l’ex Presidente del Consiglio suggellava questo binomio con un Vorrei chiedervi di allacciarvi le cinture; qui stiamo decollando davvero, piaccia o non piaccia. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo che ha perso. Lavorando duro l’Italia riprende il volo. Pessima profezia.

Peccato che Alitalia abbia i giorni contati,  il referendum tra i dipendenti dei giorni scorsi ha bocciato la proposta  un taglio dell’8% della retribuzione per la riduzione dell’indennità di volo oraria, gli scatti annuali di anzianità  triennali e la diminuzione dei riposi annuali da 120 a 108 a discapito di un licenziamento quasi certo. Un risultato amaro, che non vede il personale di volo accettare un sacrificio che più o meno tutti i lavoratori italiani in un modo o nell’altro stanno sostenendo da anni. Piloti, hostess e steward che volano alto avvolti nelle loro eleganti divise, ma che avrebbero dovuto, almeno nel momento del voto, rimanere con i piedi per terra.

A prescindere da chi sia uscito vincitore dalle primarie del PD, da chi sarà il prossimo Presidente del Consiglio, non ho più fiducia nella classe politica italiana, gente che cerca solo una sistemazione nel palazzo per poter godere di quei benefit e vitalizi che non taglieranno mai e perché no, per mettere anche le mani in quel grosso vaso di marmellata a discapito di quella tutela del cittadino che dovrebbe essere il loro scopo primario.

Chissà quale futuro avrà quel bambino che sventola con tanto orgoglio il tricolore italiano sulle spalle del nonno Alpino e chissà se tra qualche decennio la sua bandiera sarà sempre la stessa o quella di un altro stato che gli avrà dato e garantito un lavoro.

Foto ©tremaghi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...